La danza è il terzo ambito di dibattito inserito nella tavola rotonda “Uno, nessuno, tutti insieme”.

Relatrici:

Maria Grazia Finocchiaro*, presidentessa del Centro Coreutico Accademico di Sicilia;

Donatella Cremonese, coordinatrice del centro socio-riabilitativo “La Fraternità”.

Moderatrice: Maria Concetta Pappalardo, psicoterapeuta dell’età evolutiva.

*sostituita da Agnese Vitale, rappresentante del Centro Coreutico Accademico di Sicilia

UNO, NESSUNO… DANZIAMO INSIEME

FLASHMOB

Piazza Duomo, Giarre (CT)

domenica, 10 giugno 2017

Io valgo e valgo per uno, non per nessuno. Io che ho la tua stessa dignità, come te anche io ho diritto alla vita, alla libertà, alla sicurezza, all’arte, alla musica, alla danza, al teatro. Io valgo per uno è un calcolo semplice, fa sempre uno, mai nessuno. Il primo compito nella vita di ognuno è dare alla luce se stesso. Io valgo e ora valgo per due: per te che studiamo assieme, per te che mi aiuti a stare in piedi, per te che sei mia amica, per te che ti ho appena conosciuto, mi hai tenuto la mano per qualche secondo e in quell’attimo hai afferrato anche la mia esistenza, i miei tempi, le mie fatiche, ho lasciato da te la mia mano, ma ho lasciato in te il mio ricordo, quando si vale per due si vale per sempre. Io valgo e valgo per tre che è il numero perfetto nell’imperfezione. Giarre oggi io valgo per te, Giarre oggi noi ti stiamo incontrando, ti stiamo toccando, danziamo per te, ma non c’è incontro autentico senza reciprocità, senza disponibilità a lasciarsi toccare, trasformare. Incontrarsi significa esporsi alle nostre debolezze, a quelle degli altri. Giarre noi siamo i deboli, noi siamo quelli che danzano per toccarti con la nostra fragilità, noi siamo quelli che ti trasformano. Io valgo e valgo per tre, valgo per me, valgo per te, valgo per l’intera comunità in cui vivo. Noi danziamo, noi danziamo insieme!

ATMOSFERE DANZANTI

Cooperativa sociale “Rò la Formichina”, Santa Venerina

Presentazione di Maria Concetta Pappalardo

Oggi il desiderio del racconto diventa un simbolico stare seduti alla stessa tavola, un assaporare il gusto dell’esperienza vissuta, una condivisione che diventa nutrimento per i commensali e non solo, una testimonianza del noi che vale, una ricerca di strumenti per metterci in un atteggiamento di ascolto, al fine di sensibilizzare, educare e tradurre nuove esperienze. Al mattino inizieremo a parlare di danza come strumento per promuovere integrazione e per narrarla (danza-movimento-terapia, danza in gruppo, linguaggio del corpo e DanceAbility). Nell’ultima parte della mattinata ci dedicheremo allo scambio delle nostre esperienze e per questo vi chiediamo una partecipazione attiva (condividere domande, esperienze, dubbi, curiosità, progetti circa la possibilità di creare eventi/esperienze di integrazione). Nel pomeriggio ci metteremo in gioco nei laboratori e poi concluderemo con una riflessione finale, insieme ai conduttori, circa l’esperienza che abbiamo vissuto. Dalla pratica alla teoria, dalla teoria alla pratica per integrare le nostre curiosità, difficoltà, i nostri sogni, così come le realtà delle diverse storie di vita. Ieri sera abbiamo ricevuto per ballare insieme un braccialetto e alcuni avevano anche una maschera. Anche oggi vi verrà consegnato un nastrino che vi chiediamo di tenere con voi per l’intera giornata per poi, nel momento conclusivo, essere parte attiva della restituzione che faremo insieme. Conoscete già la tavola rotonda e adesso è il momento di presentarvi i nostri relatori. Inizierà Agnese Vitale, esperta in DanceAbility, danzatrice, insegnante di danza presso la scuola Khoreia di Giarre (in realtà, nei volantini trovavate scritto Maria Grazia Finocchiaro, che vi saluta ma non è potuta venire oggi a causa di problemi di salute in famiglia) che ci racconterà della sua esperienza vissuta proprio alla scuola Khoreia di Giarre e ci narrerà la costruzione di uno spettacolo di danza integrata attraverso il racconto dei laboratori in cui il linguaggio della danza è stato lo strumento d’incontro, di gioco, di narrazione di Sé, rintracciando i gesti, le tecniche, le immagini delle esperienze personali condivise e vissute con ragazzi normodotati e non.

Intervento di Agnese Vitale (…lavori in corso…)

IO, TU, NOI SIAMO:

IL PROPRIO GESTO DANZATO NELL’INCONTRO CON L’ALTRO

Cooperativa sociale “Rò la Formichina”, Santa Venerina

domenica, 11 giugno 2017

Presentazione di Maria Concetta Pappalardo

Oggi Donatella, con il suo intervento “Io, tu, noi siamo: il proprio gesto danzato nell’incontro con l’altro”, ci parlerà della storia del linguaggio del corpo come prima espressione di sé e della danza come espressione innata nell’uomo e rintracciabile sin dalla preistoria, da cui prende avvio lo strumento della Danza Movimento Terapia e del recupero del linguaggio del corpo in un gruppo come strumento riabilitativo e terapeutico.

Coordinatrice del centro socio-riabilitativo “La Fraternità”

Donatella Cremonese

Io voglio raccontare che la danza è una cosa che accompagna la mia vita e la vita di tanti di noi perché è proprio un linguaggio che si parla senza sapere che esiste. Io ho fatto danza classica e quando sono arrivata in casa-famiglia, a 20 anni, dovevo dare un esame della Royal Accademy, che è una tecnica che fa dare esami professionali, tecnica molto formativa. Quell’anno, stando in casa famiglia, mi appoggiavo ai mobili e come sbarra facevo questi esercizi di pliè, cambrè (ci si piega, ci si alza, si allunga la gamba). Ad un certo punto la mia bambina, che allora aveva 8 anni, molto grave, cerebrolesa, ma con i movimenti nella norma, con una musica col pianoforte ad un certo punto si appoggia anche lei ad un altro mobile ed inizia ad imitarmi (anche lei fa tutti i pliè, i cambrè). Mi sono bloccata, sono rimasta esterrefatta e mi sono detta: “ecco, stiamo comunicando per imitazione attraverso questo canale.” Da lì è nato il mio desiderio di cercare un modo per poter comunicare con le persone con disabilità, anche grave, attraverso quello che era un mio talento, cioè la danza. “Viviamo senza vedere e capire il linguaggio con cui si esprime il nostro corpo. Ma proprio in esso risiede la verità della nostra esistenza. Punto di partenza per l’incontro con la danza e il movimento è la comprensione e l’orientamento espressivo del proprio corpo.” Possiamo parlare di “danza” quando questo movimento, questa gestualità, la postura rappresentano una comunicazione con se stessi, con l’operatore, con il gruppo. Non è inteso solo come un apprendimento motorio e meccanico, ma la DanzaMovimento si propone di restituire all’individuo la sua unicità espressiva e comunicante; quindi, ogni individuo ha una unicità comunicante. (Vi mostro la foto di un gruppo, quello dei centri diurni -io lavoro in un centro diurno per gravi- che facevano parte del gruppo di danza).

Adesso vi parlo dello studio che ho fatto a Firenze sulla danza. La danza in realtà è insita nell’uomo, nel senso che l’uomo primitivo danzava la nascita della vita, il fatto che raccoglieva delle cose (ad es. i cacciatori, i seminatori…), la guerra: l’uomo metteva tutto ciò in danza. Sachs ha scritto un libro sulla teoria della danza in cui fa tutta questa analisi storica; quindi le società primitive hanno già usato la danza in modo istintivo. Non mi soffermerò molto su questo, ma vorrei farvi questo excursus storico sulla danza. La danza all’inizio viene codificata più come una danza classica, con dei codici particolari, che è quello che noi svolgiamo quando facciamo una lezione di danza alla sbarra, cioè tutta una sequenza per movimentare il corpo, per renderlo agile (la ballerina classica deve avere tutta un’apertura in en dehors), si deve proprio cambiare il corpo se si riesce. Nella storia sono nati dei danzatori che hanno voluto cambiare, essere molto più liberi con la danza, hanno cercato di restituire alla danza un suo movimento spontaneo. Quindi, è nata la corrente della Modern Dance, i cui esponenti principali furono Isidora Duncan, Martha Graham e Rudolf Laban, che ha stilato, compilato tutto un modo di lettura del movimento danzato.

Isidora Duncan era quella che ha aperto la Danza Moderna, una danza libera che doveva dare molto sviluppo all’espressione personale; i movimenti erano liberi, fluttuanti e soprattutto ispirati ai fenomeni naturali, come il vento, le onde, che poi sono le cose che noi riprendiamo nella tecnica con i nostri ragazzi attraverso la Danza Movimento: vengono ripresi molto gli elementi della natura, il fuoco, l’acqua… perché sono cose insite all’interno del nostro corpo e soprattutto della nostra psiche. Lei non utilizzava la scarpetta, ma usava i piedi con il contatto sulla terra e voleva concepire la danza come un’espressione della sua storia. Nel nostro caso, la danza descrive un fenomeno sociale così importante come l’immigrazione e per noi è molto importante essere così vicini ad un tempo reale.

Martha Graham lavora molto di più sul corpo, non tanto sul movimento naturale, ma sul respiro, sul flusso della respirazione che porta il movimento. La tecnica della danza Moderna, contemporanea è basata sulla contrazione e sul rilassamento (è molto importante nelle lezioni di danza partire proprio dalla respirazione, dal sentirsi dentro se stessi, dal sentire questa pulsione, questo movimento che parte da una respirazione). Il corpo viene vissuto come unità, come coordinamento a terra.

La Grancy è una via di mezzo fra la tecnica classica, utilizza molto la sbarra, e quella moderna. (Abbiamo svolto un laboratorio in cui abbiamo lavorato tantissimo a terra come gruppo, soprattutto con l’arrotolamento, lavorando sul contatto, sul sentire il corpo dell’altro, che non è una cosa così scontata).

Rudolph Laban ha dato gli elementi della danza, cioè il peso, lo spazio, il tempo, il flusso ed è molto importante questo quando si insegna nell’osservazione di una persona che fa danza (ad esempio io vedo che con i ragazzi è difficile che loro colgano che hanno un peso, che colgano lo spazio che occupano- piccolo o grande- e il tempo -ci sono persone molto lente e altre di una velocità esasperante- e su questo si lavora nei laboratori). Egli ha diviso il corpo in tanti segmenti per poi poter fare dei simboli grafici. E’ stato un lavoro molto importante questo del descrivere tutte le geometrie del nostro corpo: il nostro corpo viene messo in un’osservazione precisa e dettagliata.

Ci sono delle Danza Terapeute più vicine ai nostri tempi, da cui io traggo molte cose importanti per le nostre lezioni: Marian Chase, Trudy Schoop, Mary Stark Whitehouse, Hers Duplan e soprattutto Maria Fux, che viene riportata da molti ballerini e da molti insegnanti.

Vi parlo di Marian Chase che, attraverso l’osservazione dei bambini, intravide nel movimento una concreta possibilità per tutti di esternare le proprie emozioni e soprattutto le sofferenze, Il bambino utilizza moltissimo il corpo per comunicare; non dobbiamo mai dare per scontato le cose che fa il bambino perché comunica tutto un mondo interiore, che non riesce a fare verbalmente ma con il corpo. Quindi, l’osservazione di come il bambino si muove, dei gesti che compie hanno dei significati profondi, sia di gioia che di sofferenza che chi ci lavora tutti i giorni può cogliere e su cui può lavorare, inserirsi in una comunicazione attiva, sempre gestuale. Per quanto riguarda le tecniche usate, la risocializzazione è una tecnica nella quale la danza viene applicata in uno studio di gruppo. I ragazzi provano una certa vergogna, una grande paura e ansia nel muoversi, quindi il lavoro di gruppo aiuta moltissimo a dare sicurezza. In più, nell’interazione di gruppo, il gesto, come abbiamo visto prima, acquista un significato molto maggiore e arriva molto di più. Il linguaggio non verbale favorisce tutto ciò che è stato detto; un dialogo motorio, cioè il dialogo attraverso il movimento. (La Contact non è una tecnica così semplice per i nostri ragazzi perché sono un po’ chiusi fisicamente; però effettivamente attraverso il contatto e la separazione avviene tutto un dialogo nello spazio che è molto importante per loro, in quanto imparano a dialogare, perché spesso nel verbale loro ti parlano sopra, invece così devono aspettare che l’altro si fermi per poter dialogare con il corpo.) Voglio farvi vedere un video, tratto dalla “Cenerentola”, non quella classica, ma una Cenerentola diversa immaginata da noi: in questa versione, le era morta la mamma, il padre era rimasto solo e Cenerentola viene mandata in un istituto, dove lei vive una certa tristezza, una solitudine che viene espressa attraverso dei gesti con le mani.

visione del video-montaggio “Cenerentola”

L’altra importante danzatrice che ha lavorato per la Danza Movimento è Trudy Schoop che ha i movimenti così definiti “archetipi” che sono quelli che noi abbiamo da bambini, strisciare, gattonare, raggomitolarsi, saltare, che sono i movimenti con cui più facilmente possiamo arrivare alle prime parti della Danza Movimento. Come dicevo prima, ci sono 3 livelli: quello dell’a terra, cioè quello primario che noi viviamo da bambini, livello medio e livello alto. Per un adulto non è così facile lavorare sul livello base, quello a terra, perché il bambino è tranquillo, gli piace andare a terra, invece l’adulto fa fatica a mettersi giù, anche a sedersi e a risalire. Per cui questi livelli devi acquisirli lavorando molto sul massaggio, su una cosa molto piacevole, oppure utilizzando anche strumenti come tappetini, cose che danno anche benessere, strumenti di aiuto, di mediatore con il pavimento. Volevo farvi vedere un altro video “La tempesta incantata”, soffermandoci sul livello a terra e sul ritmo.

visione del video-montaggio “La tempesta incantata”

Attraverso questo video vorrei spiegare che qui parliamo di ragazzi molto gravi, che non lavorano con dei ballerini ma con degli educatori che si prestano a fare i ballerini: alcuni sono più sciolti e altri invece sono persone che fanno gli operatori socio sanitari ma che amano il movimento e soprattutto sono d’accordo di lavorare con i ragazzi in un altro modo (non solo nelle abilità, nelle autonomie, ma proprio nel lavoro del corpo). E’ già molto che i ragazzi stiano sulla scena, che si alzino e si abbassino, e l’educatore diventa il mediatore con lo spazio, una parte del loro corpo, nel senso che se io voglio lavorare con la sua mano, gliela prendo e lentamente gliela apro, oppure mi raggomitolo con lei per chiuderla e per aprirla. Anche anche con i ragazzi con la carrozzina: nel video il ragazzo con il braccio, al tempo giusto, doveva dargli una spinta e l’altra faceva il rotolamento, come conseguenza del suo gesto. Si tratta di lavori molto piccoli, molto semplici, ma c’è il tempo della persona che poi può corrispondere.

Le linee principali della metodologia della Shooper sono: individuale, a uno a uno, come se l’educatore aiutasse il corpo, per i pazienti gravi; lavorare lentamente, quindi utilizzando anche tutte le parti del corpo che si possono aprire. La struttura è quella del riscaldamento guidato, il lavoro sui vari segmenti del corpo, sul ritmo, sull’ampliamento del gesto.

Maria Fux non dà un giudizio su quello che la persona svolge, non è una psicoterapeuta, ma utilizza un sacco di materiale e di immagini per aiutare il movimento. Quello che lei ha sempre detto è che quello che dobbiamo guardare è il cambiamento: se il movimento era così all’inizio e dopo 1 mese il movimento si è già alzato, aperto vuol dire che abbiamo lavorato bene e questo è il nostro obiettivo.

Gli obiettivi della DanzaMovimento sono: il piacere funzionale del corpo, cioè la capacità di percepire le sensazioni di piacere e su questo si lavora molto, anche con il massaggio, con l’allungamento della muscolatura; affinamento delle funzioni psicomotorie, quindi c’è anche un lavoro di psicomotricità che viene svolto, c’è una sua riabilitazione e terapeuticità, la sincronizzazione dei gesti, la rapidità del movimento, quindi affinare tanti dettagli. Altri obiettivi sono l’arricchimento dello schema corporeo, nel senso di sapere tutte le parti del proprio corpo e toccarle, sapere che la mia parte è anche la tua; l’espressione di sentimenti attraverso il movimento (prima abbiamo visto ragazze che in realtà erano molto insicure e che, da lontano, davano una certa idea della paura, della chiusura); e poi abbiamo la relazione di gruppo, come detto in precedenza. Per quanto riguarda “Il meraviglioso dialogo con la natura”, i teli ad esempio sono un preziosissimo oggetto che si può usare per dare il movimento, come vi farò vedere in questo video.

visione del video-montaggio “Il meraviglioso dialogo con la Natura”

Vi vorrei fare vedere altri due video, che servono anche per capire il discorso più sociale: “La porta sempre aperta”, che è stato fatto per ricordare Don Oreste e raccontare l’idea della casa-famiglia come luogo nel quale entrano ed escono continuamente le persone, che non è mai una cosa chiusa (in questo spettacolo si aprivano e si chiudevano in continuazione i pannelli e ogni volta si aveva sempre una situazione nuova). La scena del pranzo in casa-famiglia descritta attraverso la danza. L’altro video, in cui vi è sempre il discorso più sociale, che si intitola “Icaro”, nasce prima del convegno su Don Oreste a Rimini: l’idea era quella della necessaria presenza delle persone con disabilità nel nostro territorio, nella società, come risorsa della società, quello che diceva sempre Don Oreste. L’idea era che “non siamo sempre noi che portiamo loro, ma anche loro portano noi”. Questo lavoro è molto importante, bello, che ci prende molto, qualcosa di grande gioia. Vi faccio una domanda: io sono venuta qua per capire insieme a voi se la danza davvero è un linguaggio importante, se secondo voi queste cose sono un po’ ghettizzanti o se invece sono cose che davvero bisogna approfondire, mettere insieme, lavorarci? Ci terrei a capire, anche attraverso altre persone, che non la vivono da dentro, che cosa veramente provocano queste cose, questi momenti, vedere i ragazzi? Un altro discorso è che il corpo di queste persone non è un corpo bello, esteticamente parlando…ma è un corpo che può essere messo davanti al pubblico o la nostra è una pretesa quella di mettere in scena delle persone, anche con corpi difficili? Vorrei capire questo anche da chi non c’è dentro tutti i giorni, in modo da aiutarci a riflettere e approfondire.

DOMANDE, INTERVENTI, RIFLESSIONI…

PROVIAMO A DARCI DELLE RISPOSTE!

Sara: Io sono dentro questo ambiente perché ho scelto come vita di stare con i ragazzi, di vivere con loro e di fare queste esperienze con loro. Ogni tanto però, vedendo gli spettacoli fatti con i ragazzi, mi chiedo: l’emozione che io provo la so, perché ho costruito lo spettacolo insieme ai ragazzi e mi commuovo perché so quello che c’è dietro. Però, quando per esempio al Bellini c’è stato l’applauso e la gente diceva di essere stata coinvolta emotivamente, a me è venuto un dubbio: lo stesso spettacolo, senza i nostri ragazzi, avrebbe avuto lo stesso impatto, avrebbe creato la stessa emozione nelle stesse persone? E quindi mi chiedo…sono importanti loro per creare questa emozione oppure l’emozione a volte la confondiamo e facciamo “pietismo” perché si lavora con questi ragazzi? Io so tutto il lavoro che c’è dietro, i lavori che fanno i ragazzi, le litigate, gli spintoni, ma dall’altro lato mi chiedo cosa vedono realmente le persone, qual è l’impatto che diamo noi all’esterno, al pubblico? Che poi mi dico sempre che non ci deve essere il giudizio da parte degli altri, ed è vero, però l’emozione deve esserciS

M.Concetta: Mi lego alla domanda di Donatella e di Sara, che parla di emozione e di critica, io mi chiedo sempre qual è il messaggio che arriva. Chi viene a vedere uno spettacolo, chi assiste, che messaggio percepisce? Nel fare arte attraverso uno spettacolo, nella comunicazione, qual è il messaggio, quale potrebbe essere e quanto entra nella vita di chi assiste?Maria Concetta

Concetta : Io parlo come pubblico, pur essendo mamma di molti ragazzi che sono inseriti. Il discorso emotivo mi prende tanto perché mi commuovo quando vedo lo spettacolo. Mi sono sempre chiesta se questo è dovuto al fatto che ci sono anche i miei figli o se è perché effettivamente c’è una carica emotiva più forte rispetto agli altri spettacoli? Io penso la seconda cosa, anche perché da parte mia non c’è pietismo. Quindi, se io mi emoziono e conosco i ragazzi molto bene, vuol dire che mi trasmettono realmente qualcosa di molto forte. Il pietismo possibilmente scatta all’inizio da parte del pubblico, ma credo che poi vada oltre. Io penso che il pubblico capisce quanto impegno c’è e a volte c’è anche la meraviglia di vedere ciò che hanno realizzato i ragazzi, quindi credo che ci sia una marcia in più in questi spettacoli.

o

Enza: Vorrei dire tre cose: non avevo mai utilizzato quei teli, come ieri nel Flash Mob, e volevo chiedervi se la sensazione che ho avuto io è il motivo per cui questi si usano. Io, quando ieri li abbiamo usati, ho visto i volti sorridenti di tutti, perché questo ha coinvolto e ho avuto la sensazione che in quel momento ci si senta tutti uguali, cioè chiunque può fare quel movimento in quel momento e chiunque si sente normodotato con l’altro accanto, un’unica cosa. Non so se è nato per questo, se questa bella sensazione che ho avuto è proprio così. Altra cosa che volevo dire è che anche a me nasce questo stupore vedendo i video, perché non pensavo che lo spettacolo fosse a questi grandi livelli, da rimanere meravigliati. A me suscita non pietismo, ma gioia profonda di come si possa riuscire a lavorare così bene insieme. Inoltre mi avete fatto nascere un’idea bella, cioè quella di mettere un tappeto, un po’ di musica con i miei figli a casa mia e stare insieme, toccarsi come capita. Secondo me, questo può fare nascere un legame ancora più forte di quello che già c’è.

a

M.Concetta: Mi lego a quello che ha detto Enza, perché oggi, pur sapendo di quello che parlavamo, mi è venuta una riflessione: quanta integrazione va su livelli vari ed eventuali. Io sono psicoterapeuta dell’età evolutiva, lavoro con i bambini, mi sono formata a Roma e lì ho visto delle cose che nella nostra realtà effettivamente non ci sono. Così, ho realizzato solo oggi quanto c’è difficoltà qui, nel territorio, a poter pensare di realizzare tutto questo. Pensavo…noi lo viviamo in questa realtà e stiamo cercando di raccontarla e cerchiamo altri che ci raccontano la loro esperienza. Ma io stessa, pensando a tutte le funzioni del corpo e dove l’emergere del linguaggio ha un pregresso nel corpo, incontrando un bambino con ritardo nello sviluppo del linguaggio penso…quanto può essere diffusa la DanzaMovimento Terapia nei nostri ambienti? Perché qui abbiamo ancora solo la figura del logopedista, in realtà all’interno dell’équipe che lavora dovrebbe esserci un DanzaMovimento Terapeuta, che qui non è molto sviluppato. E pensavo anche se nelle scuole di danza si hanno gruppi integrati di bambini, come ho visto in altri posti in Italia, dove per gioco, senza finalità terapeutica, attraverso la danza, si lavora sul corpo insieme a bambini che hanno un ritardo, per esempio, nel linguaggio. Quanto questi bambini giocano, fanno danza, conoscono il loro corpo insieme a bambini che, ad esempio, a 4 anni parlano nella norma? Questo è un pensare integrato e viene da chiedere…quanto mi sento promotore di questo? Quanto facciamo per i bambini per lavorare e promuovere un’integrazione come visione del mondo? Se è possibile fare quello che abbiamo visto nei video, forse dobbiamo crederci un po’ di più, anche perché certe cose sono quasi scontate, ma forse dovremmo andare alle radici di noi stessi per poterle pensare.MAgnese risponde: Nel nostro Centro Coreutico abbiamo un corso di DanceAbility, al quale non si è mai iscritto nessuno fino ad ora, anche se molto sponsorizzato. Questo ci fa fortemente pensare, perché forse molti neanche sanno cosa sia la DanceAbility. Rispondendo alla domanda di Maria Concetta, abbiamo un corso che ho il piacere di tenere, che è un corso di movimento creativo, dove arrivano tantissimi bambini che possono anche avere dei disturbi dell’attenzione, dello sviluppo. In queste lezioni la prima cosa che facciamo è il cerchio, noi comunichiamo attraverso il cerchio. C’è chi prima non parla e poi riesce a dire il so nome, lavoriamo molto sull’improvvisazione, esploriamo tutti i livelli dello spazio attraverso il gioco; infatti i bambini acquisiscono tutto attraverso il gioco. Ci sono bambini che hanno grandi problematiche e a volte vanno via e non tornano più e questo dipende soprattutto dai genitori. La prima cosa che bisogna fare è lavorare sui genitori, che molte volte non ti dicono neanche il tipo di problema dei figli. Non è facile lavorare sui bambini, perché questi hanno una grandissima spontaneità, comunicazione, intuito.”

B: “Voi vi integrate con queste persone, per cui c’è una fusione e questo secondo me non è pietismo, ma un commozione che sposta le montagne, che muove l’universo. Io ho una sorella Danza Terapeuta ed ha avuto grandi difficoltà ad affermarsi, a portare in giro questa disciplina. Lei mi ha parlato spesso di Maria Fux. Poi lei ha cercato di iniziare qui a Catania, ma è tutto finito nel nulla perché evidentemente la gente o non capisce il tipo di disciplina o non la ritiene importante, utile. Secondo me, riagganciandomi al discorso di prima, essere motivati è la prima cosa. Come dice una frase del vangelo, “se non vi farete come bambini, non entrerete nel mio regno”. E’ importante essere spontanei, lasciarsi andare e dare agli altri a prescindere dalla propria professione, in tutti i contesti sociali: cercare di essere se stessi e dare senza pensare al pregiudizio, che è una cosa ardua, anche perché sei spesso bastonato dall’occhio storto degli altri. Io vi lodo immensamente, perché fate qualcosa che non è professione ma vocazione, missione. Voi avete la fortuna di lavorare con degli angeli. Io ho un fratello in comunità e quando lo vado a trovare mi accorgo che, oltre lui, vorrei abbracciare e tenere nel mio cuore tutti gli altri che sono lì, perché sono bellissimi.

B: Io vorrei dire qualcosa a proposito di mio figlio. Ho visto, tramite la sorella, che si occupava fino a tempo fa di Danza Terapia, che mio figlio quando lei lo coinvolgeva in un ballo, lui diventava felice e diceva: “facciamolo, continuiamo!”. Cos’è che in effetti bisognerebbe fare per aiutare un ragazzo che è in una comunità e certe cose, come quelle che fate voi, non si fanno? Qual è il vostro suggerimento? Io soffro da madre, anche perché lui quando era a casa stava meglio di ora che è in comunità. A me fanno tanta pietà questi ragazzi perché loro vogliono parlare con noi, il tempo è limitato, sono chiusi là dentro e non c’è un’occupazione continua adatta a ciascun tipo di giovane. Quindi…io chiedo aiuto.

Laura: Secondo me il significato è che la parola diversità fa paura. Per quello che mi riguarda è un disvalore, mentre la diversità un valore e quindi io credo che con gli impegni…noi non abbiamo ragazzi in carrozzina e quindi abbiamo meno l’impatto della disabilità. Mi ricordo di moltissimi spettacoli che abbiamo fatto e, in occasione di uno di questi, alla fine dello spettacolo il parroco che ci aveva dato il palco ci ha detto “scusate, io non avevo capito che era uno spettacolo bello così”. Il suo è uno dei riconoscimenti più belli; o altri che dicevano: “non sembravano neanche…”. Io credo che il mettere in scena ragazzi con difficoltà sia una bella scommessa, ma sia anche la cosa più naturale del mondo. Dobbiamo proprio andare a ricercare la naturalezza con cui facciamo le cose e mi colpiva la parola “naturalezza” che mi avete richiamato molto, come se sia la cosa più difficile del mondo, cioè dobbiamo studiare per fare le cose naturali. Come diceva Picasso “studiate una vita, per tornare a disegnare come un bambino”, mi sembra che questa sia proprio la cosa che avete sottolineato molto entrambe. Ho due domande: Donatella ha parlato molto di contatto fisico…noi, per quanto riguarda questo aspetto, siamo ancora molto lontani perché i nostri ragazzi hanno molte difficoltà con il contatto fisico, ma poi mi accorgo che anche noi facciamo molto fatica con il contatto fisico. Quindi, penso che spesso io riverso su di loro la mia fatica e quindi loro potrebbero dare qualcosa di più in questo senso. Queste sono cose che con Maria Grazia abbiamo sempre ragionato e ogni tanto ci proviamo e poi vediamo, invece, che è il caso di fermarsi. Non so se a questa domanda c’è una risposta. L’altra cosa è il discorso dell’emotività che a volte si trasforma in ansia, che è quello che noi stiamo vivendo in questo momento storico con i nostri ragazzi. Abbiamo notato che quest’anno hanno avuto difficoltà emotive più forti rispetto agli altri anni. Noi spesso pensiamo con semplicità che, come noi stiamo invecchiando, anche loro stanno crescendo e quindi le difficoltà si acutizzano in certe situazioni, come per noi. Io chiedo in particolare un paio di ragazzi dei nostri è da un po’ di tempo che non reggono più lo spettacolo, e in precedenza erano tra i primi; adesso però si rifiutano, non riescono a gestire l’emozione. Vorrei avere qualche strumento in più per aiutare i ragazzi in questa gestione dell’emotività che poi rischia di diventare ansia. Ultima cosa…l’applicazione dello spettacolo nel quotidiano, in quanto vengono raccontate esperienze molto belle. Noi pretendiamo dai ragazzi in base alle loro capacità, perché noi crediamo in loro. Mi viene in mente una battuta che ci ha fatto una professoressa della scuola media di Linera, in cui stiamo facendo un progetto, “comodo prendersi bravi ragazzi e farli recitare, cantare e ballare”. In questo progetto ci sono ragazzi che non hanno un ritardo mentale, ma hanno difficoltà familiari che sono difficili da gestire. Allora abbiamo chiesto ad un nostro ragazzo, Nunzio, di aiutarci con uno studente particolarmente difficile da gestire: c’è stata una trasformazione, non so chi è stato il terapeuta dell’altro (mi viene di parlare proprio di “terapia”) e da quel momento questo ragazzo e Nunzio viaggiano in coppia, si aiutano e si sostengono a vicenda. Io credo che se faccio uno spettacolo di disabili, oltre ad essere carino, vi è un’integrazione educativa e terapeutica gli uni per gli altri. Grazie a tutte e due.

Laura

Donatella risponde: Per quanto riguarda l’ansia, penso che è dell’artista l’ansia da prestazione e penso che qualsiasi artista fa corse su corse per vincere o per lavorare sulla propria ansia da prestazione. Ma questa è la bellezza del teatro, nel senso che quando siamo lì si respira l’odore del teatro e comincia la musica e tu sai che a quel punto partirai, inizi a respirare e pensi. Questo è un momento bellissimo! E nel momento in cui tu sei catapultato dentro alla scena, o hai una grande forza/tecnica per la danza o lì ti rendi conto che ci devi lavorare tanto. Ci sono persone che hanno dovuto rinunciare ad un certo punto perché, dopo l’adrenalina che sale, non si riesce a recuperare per giorni e questo succede anche ai nostri ragazzi. Bisogna fare un lavoro serio, perché non è un’improvvisazione. E’ necessario il laboratorio, che penso sia per tutti, a gradi; bisogna capire bene e bisogna dare molti rinforzi perché, soprattutto nell’autismo, per “addestrare”, insegnare degli apprendimenti si danno alcuni rinforzi (se fai quello ti rinforzo) fino a quando si comincia a prendere gusto nel fare quella cosa, la si impara e la si porta avanti. I rinforzi si ritirano nel momento in cui la persona ha imparato. Così come nel laboratorio della danza, in cui vi è un lavoro non tanto diverso da quello riabilitativo cognitivo, quindi si possono dare dei rinforzi a seconda della persona che si ha davanti (può essere semplicemente fare apprezzamenti, dargli un bacio, dargli un bicchiere d’acqua…). Poi, piano piano, apprendono sicurezza, però ci sono persone che soffrono troppo perché magari lo spettacolo è ad orari inconsueti e che ribalta completamente la sua routine e sta male. Quindi, o si cambiano gli orari cercando di fare un altro tipo di spettacoli adatto ad un altro tipo di persone oppure proviamo ad inserire questi ragazzi solo nei laboratori, senza farli arrivare agli spettacoli. Non è solo l’invecchiamento ma è proprio la maggiore consapevolezza che crea un maggiore stato d’ansia. Anche l’educatore che affianca deve essere adatto, perché l’educatore che ha paura e che entra dentro lo spettacolo avendo paura e non sa contenere i ragazzi ha bisogno di lavorare anche su quello. L’educatore deve comprendere quello che va a fare. Qui c’è un lavoro molto grosso dell’educatore, ma anche del ballerino e di chi sta insieme ai ragazzi. E’ un lavoro da fare in équipe, tra le persone: puoi mettere quello che sa raccogliere i ragazzi, che li fa sorridere, che li sa contenere, che gli ispira fiducia. L’ansia è una variabile, ma è proprio il nostro lavoro relazionale e cognitivo perché, in fin dei conti, loro sono artisti quando realizzano gli spettacoli e anche gli artisti soffrono di ansia. Per quanto riguarda la domanda sui bambini, credo che anche quello non sia una cosa spontanea. L’inclusione va costruita, niente è spontaneo, molto dipende dalla cultura. Ad esempio, le scuole di danza si gonfiano quando i ragazzi riescono ad avere riconoscimenti formali, invece non deve essere così. Per aiutare i genitori bisogna prima di tutto lavorarci sempre insieme, come avviene per la scuola: devi vederli, parlargli, spiegargli cosa fanno a lezione, fare lezioni aperte, spiegando passo per passo i progressi. Bisogna anche cominciare creando delle classi dove vedi la disponibilità, magari facendo la proposta al ragazzo e ai genitori, e piano piano, quando questa classe, anche di pochi elementi, comincia a dare i suoi frutti gli altri vedono e si iscrivono. Ma è un lavoro da costruire perché l’inclusione non è una cosa che viene spontaneamente, secondo me. Ci sono persone che sono spontaneamente molto sensibili, ma l’inclusione vera e propria anche nella scuola va costruita, bisogna lavorarci.

M.Concetta: Vorrei riprendere la riflessione rispetto all’ansia, alle difficoltà che abbiamo in questo momento con i ragazzi e ad una delle possibilità tecniche come quella del rinforzo. Io credo che forse, oltre agli aspetti cognitivi, una cosa che i ragazzi presentano in questo momento è una carenza di relazione a due. Quindi, in questa fase, credo che sia importante per loro tornare in una relazione di tipo individuale piuttosto che gruppale. Forse è la relazione quella che in generale dobbiamo curare, forse è la parola “relazione” che sta nel concetto di “integrazione”. Una fatica che io noto a livello diffuso è richiamare non solo l’aspetto cognitivo ma l’elemento emotivo, come l’ansia e diventa sempre più difficile da gestire e quindi per il momento l’accantono. Mi è venuta in mente l’esperienza con una ragazza molto grave, con la quale io ho lavorato nei laboratori…Questa ragazza ?? Andandole dietro mentre lavoravo con lei (non era lei che seguiva me, ma io che seguivo lei), io cercavo con lei il dialogo tonico, preverbale, con il corpo e la imitavo. E’ nato così un linguaggio, è stata un’esperienza molto emozionante e lei seguiva questa relazione. Noi abbiamo capito che lei si sentiva in qualche modo insieme a qualcun altro. Quindi, “ascolto di sé” è ascolto dell’altro, due cose molto difficili perché siamo nel tempo della fretta in cui non c’è lo spazio dell’attesa e quindi dell’ascolto. Quindi parliamo di “ascolto” come possibile strumento di relazione.

a

Alfio: Io stavo riflettendo sulla domanda di Sara. Da spettatore, secondo te loro si chiedono questo? Secondo me no! E secondo me questa è la cosa più importante e lo dico da operatore teatrale. Io ritendo che la cosa più importante in un lavoro del genere è ciò che vivono e che sentono loro, i ragazzi. Tutto il teatro, la danza, la musica…prima di essere una forma di spettacolarizzazione nascono come rito come esigenza di rappresentare qualcosa che abbia un significato e penso che questo sia l’aspetto più interessante del tipo di spettacolo fatto con questi ragazzi, perché lavora sulla componete umana, prima di tutto. Dal mio punto di vista, il virtuosismo in una rappresentazione e nel lavoro sviluppato da questi ragazzi non ha alcun significato, non mi interessa né da operatore né da spettatore. Ciò che mi interessa è la verità che viene portata in scena da questi ragazzi insieme alle persone che si mettono a disposizione con loro. Ed è un nutrimento reciproco, sia per loro che per gli altri, nel portare in scena questa verità. Quindi, dal mio punto di vista, quello che è molto importante è quello che loro vivono e come insieme, tutti insieme -quindi prima di tutto sto lavorando sulla componente umana- si riesce a portare in scena, a rappresentare un rito, una verità, raccontare qualcosa che possa avere un significato. La forma estetica non ha alcuna valenza, dal mio punto di vista, e l’opinione dello spettatore deve essere focalizzato su questo concetto, cioè sull’importanza di ciò che si sta raccontando attraverso il rito, attraverso l’arte teatrale concepita, in primis, come rito (perché di fatto nasce così sin dai tempi della Grecia, della Persia). E’ prima di tutto un’esigenza, un rito quello di rappresentare qualcosa che abbia valore. Da spettatore e anche da operatore teatrale mi viene da dire che forse bisognerebbe portare un po’ più fuori dal vostro mondo queste storie, queste esperienze, perché secondo me la gente non lo sa (Io, ad esempio, oggi mi trovo qui per caso e mi sono emozionato molto). Io sono il primo a dire che se non mi ci ritrovo in questo contesto ho difficoltà a conoscere questo mondo, a conoscere altre forme di essere uomini, perché alla fine penso che sia questo, cioè che possiamo essere in forma diversa. Allora come integrare un’altra forma di essere uomo se non portandola a conoscenza di? Perché solitamente siamo abituati a vivere “tra di noi”, non conosciamo questa realtà e quindi, quando li vedi sul palcoscenico, nasce questo pensiero: è pietismo? Il mio è un pensiero o forse una proposta…una forma di integrazione sarebbe quello di portare queste storie anche attraverso l’arte teatrale alla gente, uscire di più fuori. E nel dire questo dico che è facile fare queste proposte, ma io voglio fare una proposta concreta. Si diceva prima, come mai a livello sociale non c’è attenzione, come diceva Agnese è una questione culturale, ma la cultura è qualcosa che si costruisce a livello del tessuto sociale. Ci sarebbe un discorso lungo da fare, secondo me in primis parte tutto dalla politica, quella con la “P” maiuscola che non vediamo ormai da anni, e dall’altro canto parte da chi si occupa nel tessuto sociale di operare in determinati settori. Io ritengo di essere una figura di queste per l’attività che svolgo e nella mia attività di formazione all’arte teatrale che faccio con i ragazzi nelle scuole (perché ritengo che con gli adulti, over 65, ormai non ci sia molto da fare nel dare nuove informazioni anche sul piano dei linguaggi teatrali) faccio una rassegna che si chiama “Il teatro scuola di vita”, che non è un nome casuale, dove propongo ai ragazzi varie forme di teatro, varie possibilità di fare teatro (teatro tradizionale, teatro danza, visual comedy, teatro contemporaneo…). Vi faccio una proposta per andare sul concreto, sperando che ci siano i presupposti e le condizioni per poterlo fare. Perché il prossimo anno, ad esempio, non facciamo insieme una proposta di spettacoli all’interno della rassegna che io organizzo per le scuole superiori? Secondo me bisogna cominciare con i ragazzi a costruire un tessuto e una coscienza anche sul piano culturale. Quindi, perché non rappresentiamo uno spettacolo realizzato da loro, lo facciamo vedere agli studenti, ai ragazzi, che probabilmente sono quelli più distanti a questo genere di realtà, usandolo come canale, strumento, possibilità per aprirsi e per aprire il tessuto sociale a queste altre forme di essere uomini?

Laura: Volentieri Alfio. Secondo me la fatica è proprio quella di restare chiusi, perché effettivamente non sai dove andare. Gli eventi che abbiamo fatto in piazza, sia quello musicale che quello di danza, ma anche lo spettacolo della prima tavola rotonda secondo me hanno dato delle belle risposte. Dobbiamo andare in piazza e non pretendere che la gente venga da noi.

Laura