Il teatro è primo ambito di dibattito, inserito della tavola rotonda “Uno, nessuno, tutti insieme”.

Interverranno Giulia Innocenti Malini ed Emanuela Frisoni. Moderatrice: Maria Concetta Pappalardo, psicoterapeuta dell’età evolutiva.
L’incontro avrà luogo presso i locali della cooperativa Ro’ la Formichina a Linera, frazione di Santa Venerina, in via don Oreste Benzi, 2 .

PROGRAMMA
Sabato 1 aprile
ore 20:30 spettacolo “Vite in viaggio”, a cura della Compagnia Teatrale APG23 – Sicilia, presso il Cine Teatro Eliseo, via V. Emanuele, 273 (Santa Venerina – CT).

Domenica 2 aprile
Tavola rotonda con Giulia Innocenti Malini, docente in Teatro sociale presso Università Cattolica di Milano, ed Emanuela Frisoni, referente artistica APG23


09:30 – Apertura, saluti e inizio dei lavori
13:00 – Pausa pranzo (possibilità di pranzare tutti insieme)
14:30 – Laboratori esperienziali
17:00 – Conclusione

La nostra è una Compagnia Teatrale Integrata.

Che parolone! Che vuol dire?

Integrata… perché siamo tutti diversi e preziosi.

Integrata… nei messaggi che vogliamo portare in giro. La nostra missione è raccontare temi sociali, a volte scomodi. Ci piace parlare proprio di tutto in tutti i linguaggi di cui siamo capaci.

Integrata…perché abbiamo tanti doni da condividere. La presenza nei vari progetti di persone con handicap, ex tossicodipendenti, adolescenti, persone con problemi di giustizia, bambini, giovani, adulti…. non è anomalia ma profonda forma di verità. Tutti possono esprimersi e concretizzare i propri sogni artistici.

Abbiamo deciso di raccontare un modo diverso di fare arte realizzando una rassegna teatrale molto speciale: “DiversArtemente, il valore dell’arte nella disabilità ed emarginazione”, nata per raccontare e ascoltare esperienze e per trovare insieme strumenti per sensibilizzare e stimolare l’integrazione della disabilità ed emarginazione in genere attraverso l’arte.

Occasione di approfondimento su come teatro, musica e danza possano essere ponte di incontro tra operatori a vari livelli.

Basati su un’idea di arte come mezzo e non come fine, i diversi progetti artistici nati in questi anni perseguono una duplice intenzione: comunicare l’esperienza di vita dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII e la possibilità di sperimentare percorsi espressivi o terapici per far emergere le potenzialità relazionali e comunicative di tutti.

1 APRILE “VITE IN VIAGGIO”  SPETTACOLO DI TEATRO DANZA

Teatro “Eliseo”, Santa Venerina

Presentazione Maria Concetta Pappalardo: Lo spettacolo “Vite in viaggio” è un estratto dello spettacolo “Dov’è Pinocchio?”, in cui si racconta di viaggi diversi, non di piacere: viaggi di disperazione, viaggi legati ad una lettera. Viaggi tratti da storie vere. Lo spettacolo ormai storico nato interamente dal lavoro svolto durante i vari laboratori, è una rilettura della favola di Pinocchio fatta dai ragazzi stessi per parlare di affidamento, immigrazione, carcere, handicap, racket, prostituzione e barboni, di mamma e papà e del bisogno di famiglia e di non essere soli.

“Vite in viaggio” nasce da storie vere che abbiamo ascoltato personalmente: viaggiatori che non vorrebbero viaggiare, ma solo così si salvano la vita che affronta il tema dell’immigrazione raccontato attraverso alle testimonianze e la voce di ragazzi accolti nelle nostre case. Viaggiatori che affidano ai loro scritti la voglia di “evadere”, abbiamo realizzato la scena del carcere utilizzando integralmente il testo di due lettere (tra le tante che riceviamo) di detenuti che, con la voce esterna, abbiamo voluto rendere presenti. Le risposte sono scritte da un magistrato di sorveglianza.

2 APRILE TAVOLA ROTONDA

Laura Lubatti, Formatrice di teatro sociale, regista della compagnia teatrale APG23

La spiritualità dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII fondata da don Oreste Benzi si esprime con la vita e la vita condivisa genera una cultura nuova, che va espressa e diffusa in tutti i modi possibili; canale privilegiato per la diffusione di questa nuova cultura è senza dubbio l’espressione artistica.

Alcun frasi di don Oreste da cui prendiamo ispirazione e forza: “L’arte è intesa come mezzo e non come fine, un’occasione d’incontro, di amicizia e cammino, luogo di fraternità e condivisione. Compito dell’arte è quello di mostrare l’invisibile, l’Assoluto. Nei giovani c’è ancora la capacità di contemplare le meraviglie dell’universo, di stupirsi del bello che emerge. Siate vulcani di iniziativa, sappiate creare mondi vitali nuovi.”.

Da questo è nato tutto il lavoro artistico della nostra comunità anche a livello locale.

Ci troviamo oggi in una struttura della comunità Papa Giovanni 23°. Ci sono spazi diversi: casa famiglia, cooperativa sociale, centro diurno. Nel salone in cui ci troviamo settimanalmente vengono svolti vari laboratori artistici.

La nostra compagnia teatrale integrata prende vita, più di dieci anni fa, dall’idea della condivisione diretta dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, ovvero la scelta di legare la nostra vita a quella delle persone in difficoltà o emarginate che, non appena avvertono di essere state scelte e amate per quello che sono, riescono ad esprimere il meglio di sé e ad essere felici della loro vita.

Il suo valore principale è che si lavora tutti insieme, non c’è più che ha bisogno e chi no, chi è disabile e chi è carcerato.

Una delle chiamate principali dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII è di dare una famiglia a chi non ce l’ha: le casa famiglia e le famiglie aperte della comunità accolgono chi per un periodo o per sempre ha bisogno di una mamma ed un papà e dei fratelli. Accolgono bambini, normodotati e non, adulti con problemi con la giustizia e di disagio in genere.

Da questo vivere insieme ci siamo accorti che servivano risposte. Ci siamo dati degli strumenti: cooperative sociali, i centri diurni.

La nostra compagnia teatrale rientra in questi percorsi, nasce quindi dal nostro stile di vita.

Nel momento in cui abbiamo deciso di condividere la nostra vita, aprendo le nostre famiglie all’accoglienza, si è evidenziata la necessità di trovare strumenti per stare bene insieme: ne sono nate le cooperative, i cammini artistici, i momenti sportivi. Abbiamo così capito che è un dono grande poter vivere con chi è in difficoltà, poter scoprire con loro linguaggi straordinari che altrimenti ci sarebbero nascosti.

Avevamo avuto un momento pesante con il terremoto che aveva reso agibili case e scuole. Abbiamo scelto il teatro per trascorrere insieme in semplicità momenti di svago e di gioco, ma più andavamo a avanti più ci accorgevamo che i ragazzi facevano sul serio, ci credevano, pensavamo ad un percorso di bambini, ma ci siamo trovati ragazzi, giovani adulti…piano piano stava nascendo da se una compagnia teatrale integrata. Ci siamo accorti che ben altri terremoti sconvolgevano le nostre vite ed abbiamo sentito il bisogno di formarci e di chiedere aiuto a specialisti.

La nostra compagnia teatrale prima che “teatrale” è tanto “compagnia”; per riscoprire il valore della vita abbiamo bisogno di legarci gli uni agli altri per camminare insieme. Vivendo assieme non c’è più chi è handicappato, carcerato, emarginato, ma ognuno è una meraviglia per l’altro e scopre quanto il “limite” dell’altro segni l’inizio della propria responsabilità.
Il cast è formato da bambini, ragazzi e adulti che nella comunità, nel vivere assieme cercano di abbattere ogni barriera.
In scena entrano indistintamente ragazzi con “diverse abilità”, giovani che hanno superato problemi con la tossicodipendenza e con la giustizia, bambini e adolescenti con problematiche famigliari e comportamentali.
L’arte di divertirsi passa, secondo noi, proprio attraverso a questo che è diventato negli anni il nostro motto: “Non si vince se si tagli il traguardo da soli”. Questa è la nostra forza.

I progetti prevedono laboratori elaborati di volta in volta sulla base delle esigenze dei ragazzi stessi e del momento che stanno vivendo.

Sempre più ci accorgiamo del valore che ha tutto il lavoro teatrale, come per ciascuno dei partecipanti abbia assunto una grande importanza il percorso intrapreso e come poter esprimere l’arte che è in ciascuno sia uno strumento prezioso nella relazione, nella crescita personale, nella consapevolezza di saper far qualcosa di grande e buono.

In particolare colpisce come l’interazione tra ragazzi, bambini, adulti normodotati e persone con handicap fisico e psichico, ragazzi del carcere sia una grossa ricchezza.

La nostra non è una realtà isolata ed il coordinarci con altre compagnie teatrali a Rimini o in Piemonte, in Veneto o in Calabria, ci aiuta a confrontarci, a formarci ed affiancarci nella ricerca di nuove idee e strumenti per essere più risposta ai nostri ragazzi.

È un lavoro di equipe che parte dall’ascolto dei nostri ragazzi.

Una delle cose che ci viene sempre sottolineata è lo stupore nel vedere come anche chi è definito disabile sul palco ha molto da dire, che l’evidente integrazione fra disabili e non in questa esperienza diventi prova di come la vita insieme sia senz’altro una carta vincente.

Il vero spettacolo diventa “la vita insieme” l’unico vero obiettivo per chi vive con l’handicap, per chi non ha la possibilità di fare quello che normalmente gli altri fanno. Quella vita, che molto spesso è stata fonte di difficoltà dovute all’handicap o all’ emarginazione, acquista un nuovo significato. Nelle varie esperienze di vita condivisa, i ragazzi con diverse abilità riescono a “tirar fuori” capacità straordinarie da se stessi e da gli altri, tante volte ci siamo chiesti chi era l’assistito e chi l’operatore.

Il lavoro proposto utilizza un metodo integrato, adottando strumenti e linguaggi dell’area psico-sociale e performativa; favorisce processi di integrazione e di consapevolezza del se non come incapacità, ma come chi si rende conto che sa far qualcosa di buono e bello da vedere. Attraverso la dimensione del “come se” teatrale, vengono valorizzate le capacità artistiche di ogni componente, le quali non solo forniscono un validissimo strumento affinché i vari vissuti problematici trovino aiuto per esprimersi, ma diventano anche risorsa nell’espressione artistica e performativa. Oltre a diventare un valido mezzo di comunicazione verso l’altro diverso da me.

Il nostro obiettivo principale è quello di consentire a tutti di vivere quello che tutti vivono. Per questo motivo i nostri ragazzi disabili e non vengono inseriti nelle realtà che offre il territorio. Spesso però il territorio non dà risposte appropriate alle loro necessità quindi, come operatori, ci siamo interrogati sulla possibilità di offrire un percorso teatrale al nostro nutrito gruppo.

I metodi adottati sono diversi, chiediamo molto l’intervento esterno per danza, musica e clowneria.

I valori che consideriamo principali:

  • protagonismo: i ragazzi diversamente abili saranno protagonisti e non assistiti;
  • lavoro con esperti: facciamo le cose, e visto che le facciamo con amore, le dobbiamo fare bene anche grazie all’apporto di personale altamente qualificato e di comprovata esperienza in ambito teatrale, a cui si aggiunge una grande esperienza e sensibilità nel campo del disagio sociale e dell’accoglienza in prima persona;
  • condivisione diretta: facciamo teatro assieme, non per loro, ma con loro dove ognuno avrà responsabilità e un ruolo per gli altri. Un teatro dove non ci sono assistiti e assistenti, ma dove ci si accoglie reciprocamente. “Là dove siamo noi, lì anche loro”.
  • gruppo: un lavoro serio, uno stare assieme che crea gruppo per persone normalmente lasciate sole. Si chiede massimo impegno a tutti;
  • complementarietà: l’ inserimento di persone con capacità, doni diversi e anche di varie fasce di età, diventa richiamo alla responsabilità e al farsi carico l’uno dell’altro, oltre a creare insieme mettendo in comune i doni di tutti;
  • andare in scena: il lavoro in piazza, tournee, salire sul palco per presentare la tua performance agli altri, quando invece normalmente la società chiede ai disabili di assistere agli spettacoli che vengono proposti per loro e di essere assistiti;
  • nuova cultura: sensibilizzare, attraverso questa esperienza, a capire le assurdità e l’impoverimento che crea l’emarginazione;

Il lavoro principale si svolgerà tenendo conto di tutti i partecipanti indistintamente (disabili, non disabili, volontari): non c’è chi ha più e chi ha meno. Il lavoro permette di lavorare sul limite di ognuno, farlo uscire e trasformarlo in risorsa.

Ognuno ha compiti di responsabilità verso gli altri.

Ognuno è stimolato a dare ciò che può dare, l’integrazione non è intesa come un’ omogeneizzazione, ma come una piena valorizzazione dei doni di tutti.

Ogni laboratorio inizia in cerchio. Nel cerchio tutti sono utili, nessuno indispensabile. Il cerchio è quella figura che ben rappresenta la nostra idea di gruppo. Non ci sono né vertici, né lati nascosti. Si sta di fronte l’uno all’altro e tutti hanno il proprio momento di espressione e di ascolto.

Una toccante testimonianza ci ha sottolineato l’importanza del cammino intrapreso: All’ora di pranzo, all’ombra di un grande albero, stavamo arrostendo gli hamburger e una ragazzina di dodici anni proveniente da un quartiere a rischio di Catania si è avvicinata al barbecue e ci ha detto: “Qui siamo tutti uguali: figli di nessuno, figli di mafiosi e figli di giudici!”

Quella ragazzina ci ha aiutato a capire le aspettative di questi ragazzi: il sentirsi liberi dall’etichetta del quartiere, dall’essere catalogato come portatore di handicap, come figlio di papà e sentirsi in relazione con chiunque, valorizzato come “parola unica e irripetibile di Dio”.

Esperienza di un Percorso teatrale della compagnia teatrale apg 23 presso il Carcere minorile di Acireale attraverso una Video-intervista a cura di Michela Lovato ad E P. Di seguito trascrizione del testo.

Ciao, mi chiamo Edoardo Perrone, ho 24 anni e sono uscito da poco da un percorso di recupero e adesso sono papà di un bellissimo bambino.

Come hai conosciuto la comunità Papa Giovanni 23?

Ho conosciuto la comunità tramite il carcere, perché stavo nel carcere minorile di Acireale. In particolare, l’ho conosciuta tramite un corso di teatro, diciamo così, organizzato dalla Comunità Papa Giovanni. Se devo essere sincero, inizialmente non ero molto interessato a fare teatro. Poi mi è piaciuto.

Perché hai partecipato al corso?

Diciamo che inizialmente ho partecipato per non stare dentro una cella 20 ore, così da poter stare almeno 2 ore con persone che non sono detenute, con persone diverse e ti senti un po’ libero quando arrivano persone dall’esterno. Ho iniziato a partecipare e mi è piaciuto tantissimo perché con noi c’erano ragazzi diversamente abili. E’ stata una cosa veramente bella e mi è piaciuta molto. Ho continuato a farlo proprio per questi ragazzi e poi mi è piaciuto direttamente il fare teatro e ho sempre continuato. Poi successivamente sono uscito dal carcere, sono andato ad abitare nella casa famiglia di Marco e Laura e ho fatto dei laboratori di teatro con loro, ho lavorato nella falegnameria della cooperativa. Alcune volte mi capita di parlare della mia esperienza nella comunità con i ragazzi del quartiere, perché sono convinto che questa esperienza mi ha aiutato, non quella del carcere (il Magistrato si, visto che mi ha dato l’opportunità di andare in comunità). Purtroppo non riesco ad esprimermi bene, quindi non riesco a dire con chiarezza ai ragazzi del quartiere quanto mi ha aiutato la comunità. Quando esci dal carcere, abitare in questi quartieri non è facile, perché anche se sei tranquillo ci sono sempre delle tentazioni e in questa situazione è più facile che sbagli e non è facile. Quando racconto, i ragazzi mi guardano. Ho chiesto anche a dei ragazzi, amici miei, che sono rovinati, che si drogano, se vogliono essere aiutati, ma non li posso prendere con la forza se non vogliono. Magari poi mi aiutate a capire come posso spiegare a questi ragazzi l’aiuto che si può ricevere dalla comunità, in modo da convincerli. Conosco tanti ragazzi che sono rovinati e sono giovani, ma hanno il cuore buono. Gli dico sempre che non per forza devono iniziare un percorso terapeutico, ma almeno possono chiedere aiuto, ma loro non vogliono e io non so come spiegargli di iniziare il percorso. Io vengo da un percorso difficile come il loro, e mi chiedono “ma come hai fatto ad uscirne?” e io gli rispondo che è tutta questione di buona volontà perché le persone ti possono aiutare, ma il primo a voler cambiare devi essere tu stesso. Tutto qua.

Quindi, in questo tuo cammino in carcere ed in comunità, la relazione con persone con problemi, adulti, bambini, persone che comunque avevano bisogno, cosa ha significato per te? Mi ricordo che quando sono venuta in carcere ad Acireale insieme a Nunzio e Seby non c’è stata una bella reazione da parte dei ragazzi del carcere stesso, forse c’era la paura. Ricordo che all’inizio, alla presenza di persone svantaggiate, alcuni ragazzi del carcere si sono opposti alla loro presenza dicendo “noi con gli handicappati non ci stiamo e il teatro non lo facciamo perché è roba da handicappati” e infatti, per questo, noi non li abbiamo più portati (invece tu, Edo, hai partecipato ai laboratori di teatro con questi ragazzi). Quindi, cosa ha voluto dire per te stare con bambini piccoli, diversamente abili, vivere con loro, cioè con persone che hanno bisogno di te e di cui, forse, tu hai bisogno?

Voglio dire una cosa…io sono cresciuto con mio fratello che era diversamente abile, quindi sapevo più o meno cosa significasse vivere in quelle condizioni (non lo so con certezza perché non lo sono io), anche se non ci stavo quasi mai a casa. Purtroppo non ho vissuto molto con mio fratello, perché poi è morto e io ho vissuto tutte queste situazioni. Ogni volta che vedevo un ragazzo diversamente abile era come se vedessi in lui mio fratello. A me piace molto stare con i bambini, giocare con loro, mi diverto e mi sento bambino anche io. Quindi io ero già abituato a stare con un diversamente abile, invece i ragazzini del carcere non sanno neanche quello che dicono, non sanno di che si parla. Io ho capito che la bellezza dello spettacolo che abbiamo organizzato in carcere stava proprio nel fatto che c’erano persone abili e persone diversamente abili insieme: tu vedi che quello che è diversamente abile riesce a fare le stesse cose che fai tu, a volte lo fa anche meglio di te!

Non hai fatto fatica in alcune cose?

No no, anzi! Su questo proprio no.

E il fatto di vivere queste relazioni all’interno del carcere per te è stato normale?

Si, per me si.

Restituzione di Laura Lubatti

Io ricordo di Edo una cosa…appena ha fatto lo spettacolo, c’erano dei bambini in prima fila e lui è uscito fuori e ha detto con grande entusiasmo: “Mizzica, i bambini ridono!”. E un altro ragazzo ha detto: “Sono più emozionato della mia prima rapina!

Quando dall’ IPM ci è stato richiesto di organizzare un percoros teatrale con i giovani detenuti, i ragazzi della compagnia tetarale hanno chiesto con forza e decisione di farne parte.

Inizialmente i detenuti si sono trovati in difficoltà davanti alla disabilità di alcuni ed hanno rifiutato categoricamente il percorso teatrale. Grazie ai molteplici strumenti che la nostra vita comunitaria ci offre, abbiamo potuto invitare in casa famiglia in permesso alcuni detenuti, che, durante il pranzo si sono lasciati coinvolgere dagli ospiti della casa rivelando una grande sensibilità. Sensibilità su cui si è potuto costruire il progetto teatrale.

Scrivere un copione con loro è stato scontato, anche se all’inizio uscivano fuori molte provocazioni.

Lo scopo del progetto in carcere doveva essere quello di dare occasioni di sano divertimento oltre all’integrazione, di stimolare la crescita: si chiede ai ragazzi molto, ma bisogna stare attenti a non pretendere troppo, rischiando di farli sentire umiliati e, invece di far crescere, si distruggere anche piccole conquiste.

Allo stesso modo bisogna evitare ogni tipo di pietismo o presa in giro: ognuno fa ciò che sa fare e si costruisce attorno alle capacità di ciascuno. Spesso, al termine di uno spettacolo, ci siamo sentiti dire che non si aspettavano di saper fare cose così belle.

Lo spettacolo “A fine du munnu” (la fine del mondo)è avvenuto alla presenza delle famiglie degli attori: le nostre e le loro. Tra le varie criticità, la più grande fu la gestione delle emozioni, la ricerca dell’equilibrio tra le diverse abilità perchè fossero motivo di unione e non di divisione: mettere insieme un detenuto ed un disabile è di stimolo ad impegnarsi, serve contenimento.

Non disponevamo, volutamente, di grandi fondi. In questo modo è stato possibile innescare e sviluppare uno stimolo al recupero ed al riciclo di costumi ed oggetti di scena, scenografie, forze.

Così, in tutti questi anni, ci siamo accorti e continuiamo ad accorgerci che, quando si mette a valore la diversità, si fanno sorprese straordinarie.

“Questa società ha preso l’abitudine, dopo l’usa e getta delle cose, di usare e scartare anche le persone, così come butta via le loro illusioni e i loro sogni… Niente è perduto, niente è scartato, tutto ha un senso all’interno della magnifica opera di Dio. La misericordia di Dio non scarta.”

papa Francesco

Rlazione di Giulia Innocenti Malini docente di Teatro sociale all’Università Cattolica di Milano:

IL TEATRO CHE COSTRUISCE LEGAMI:

STORIA, METODI ED ESPERIENZE DI TEATRO SOCIALE (in costruzione)

Relazione di Emanuela Frisoni referente artistica Apg23

RACCONTO DI UNA ESPERIENZA DI TEATRO INTEGRATO

lA NAVE DEI FOLLI

Provando a ripercorrere assieme a voi i tipi di teatro esistenti qui in Italia mi pare che possano essere classificati in 4 categorie.

Vi è il teatro istituzionale, quello protetto sovvenzionato dagli Stabili.

C’è il “privato”, che ruota attorno al grande attore e che segue i canali commerciali.

C’ è il terzo teatro, come lo definiva Eugenio Barba, che è lo sperimentale, di ricerca, a volte iconoclasta e dissacratore: un teatro dei mutamenti. Un tipo di teatro che mi pare di poter dire abbia perso un po’ il fuoco rivoluzionario degli anni 70 e 80.

C’è infine il “quarto teatro”, amatoriale, che vive al margine, ed è quello dove si trovano tanti giovani e dilettanti, tanti “amatori” che han voglia di fare teatro e che in esso vedono un mezzo di cambiamento, un luogo di amicizia e confronto, gioco e racconto

Mi piacerebbe con voi oggi identificare anche un altro teatro, un tipo di teatro che prende fortemente spunto da quanto detto del 4 teatro, quello degli amatori ma che vi aggiunge un elemento fondamentale: essere un teatro CON, non solo un teatro PER

Dietro a questa semplice preposizione c’è insito il significato più profondo del mio personale modo di intendere il teatro e presumo anche del vostro qui presenti.

Sono un educatore professionale e da oltre un ventennio conduco laboratori teatrali con realtà di confine, trincea

Come membro della Comunità Papa Giovanni XXIII, stimolata dall’aspetto della condivisione diretta che è proprio della vocazione di questa Comunità, sono sempre stata stimolata a cercare di vivere un teatro inclusivo, rendere anch’esso un luogo di condivisione, dove vi fosse posto per tutti. Mi incontro quotidianamente con uno spicchio di umanità ferita dalla vita o comunque con gente apparentemente mancante di qualcosa per poter corrispondere ai canoni di normalità e fin dall’inizio della nostra esperienza teatrale, abbiamo capito che rendere protagonisti chi di solito vive ai margini, era ed é la nostra forza e verità. I piccoli crocevia di umanità, fatti di mescolamenti, incontri avvenuti e incontri mancati di silenzi e lacrime che quotidianamente avvengono nelle nostre realtà di condivisione, meritano di avere un luogo in cui esistere anche artisticamente, in cui essere elaborate, trasfigurate, insomma giocate, in cui essere messe in dialogo. “Ripartire dagli ultimi”, motto tanto caro al nostro fondatore, don Oreste Benzi, anche per noi che da educatori abbiamo cominciato a paciugare con lo strumento del teatro è divenuto punto di riferimento del nostro modo di fare laboratori e indirizzare il nostro lavoro, vivendo questo non come ripiego, ma come occasione. In questo modo di fare teatro vi è come l’urgenza; quella di poter comunicare col mondo e al mondo il nostro sogno di umanità che sappia ripartire dall’uomo, soprattutto dall’uomo fragile, nel quale noi per primi ci riconosciamo.

Concretamente in questi anni abbiamo anche varcato i confini comunitari e ci siamo imbarcati in belle avventure lavorando nei nostri territori, in Romagna. Con l’ Ente sordi di Rimini, con le scuole del territorio, col carcere di Rimini, con centri diurni e comunità terapeutiche non solo del circuito comunitario. Nel tempo, abbiamo capito che dovevamo vigilare per evitare di creare “laboratori-ghetti”, per cui quasi senza accorgercene come un’esigenza naturale si è presa la naturale direzione del “teatro integrato”.

Mi ritrovo in pieno nella definizione che Michele Cavallo, Psicologo, drammaterapeuta, docente alla Facoltà di Scienze Umanistiche, Università “La Sapienza” di  Roma, dà del teatro integrato:

Cavallo dice:

Gli interventi di teatro integrato favoriscono proprio quei processi di scambio su diversa scala. Per la loro natura di metodiche che si propongono come linguaggi artistici, i laboratori teatrali integrati, pur avendo un obiettivo specifico nella relazione d’aiuto, sono attività in grado di ri-definire il contesto stesso in cui l’intervento si sviluppa, facendolo diventare un “luogo comune”, un luogo di scambio, di appartenenza e condivisione di esperienze. Un luogo dove persone di varia provenienza e condizione possono incontrarsi e sperimentare emozioni, creare cose e dare nuovi significati. Un luogo dove si accendono desideri e motivazioni. Ecco allora che si dovrebbe parlare più di “riabilitazione del desiderio” sia nelle persone che nel contesto stesso (dalle strutture socio sanitarie e assistenziali fino alla famiglia e alla comunità allargata).

E a proposito di comunità allargata accenno velocemente alla riuscita in tal senso del progetto svolto ormai da 10 anni nel territorio sammaurese, una comunità territoriale che ha saputo mettersi in moto. Sindaco che dice “fiore all’occhiello”

Tra i vari percorsi di questi anni oggi sono qui a parlarvi di un progetto appena conclusosi dal titolo: “ La nave di folli” nello specifico il confronto attraverso il teatro è avvenuto tra i ragazzi di una comunità terapeutica della Papa Giovanni e i ragazzi disabili del centro Calicantus. Un progetto durato alcuni mesi e finanziato da Romagna solidale.

In questo caso si è scelto di combinare due mondi apparentemente distanti. Entrambi con delle loro fragilità

Fin dall’inizio, il laboratorio, si è mostrato come luogo di sperimentazione, incontro, confronto sicuramente ricco e pieno di piacevoli sorprese dal punto di vista della dimensione creativa e relazionale. Ciascun gruppo ha saputo svolgere nei confronti dell’altro una forte valenza facilitatrice. Un gruppo corposo formato da 35 persone che ha saputo lavorare in un clima di vera armonia e sorprendente per le dinamiche che si sono venute a creare al punto da farmi ritenere utile fissare tale processo e considerarlo già esso stesso parte del prodotto artistico che si andava a realizzare. Idea del docu-film. Questa intenzione è stata rafforzata anche dalla convinzione che fosse senza dubbio limitato il tempo a nostra disposizione per poter creare un prodotto artisticamente interessante (Siamo realistici sono davvero pochi 3 mesi vedendosi una volta a settimana con un gruppo così variegato e numeroso per riuscire a creare una cosa ben riuscita)

Cosa intendo per “cosa ben riuscita”?

Esiste un teatro fatto bene o male non un teatro della disabilità e della normalità. In poche parole penso che il teatro fatto bene anche coi nostri “ragazzi”, abbia gli applausi nel momento giusto, non tanto per farli. Avevo il dubbio col grande numero del gruppo e il poco tempo a disposizione di farmi prendere dall’ansia di prestazione e costringere i ragazzi a fare cose forzate per tempi e modi. In questo caso ho scelto di godermi fino in fondo il percorso, per quanto possibile; per cui con l’aiuto di un videomaker ho filmato quanto avveniva nei laboratori cercando di non perdere nulla di quanto poteva uscire da loro. Ho raccolto le loro interviste e ho ritenuto uno spettacolo anche documentare tale incontro.

(Visone video-interviste)

Il lavoro artistico ad un certo punto si è incentrato sul tema “La nave dei folli”

Si racconta….nel medioevo vi fosse usanza in alcune città dell’Europa centrale e nella stessa Venezia, durante il Carnevale di invitare tutti a scendere per le strade, travestirsi ; quel giorno, per l’occasione chi era savio poteva fingere di essere folle e chi era folle per un giorno diveniva savio.

L’epilogo finale della festa prevedeva che tutti i folli, gli strambi, gli sballati che non ce la facevano a stare in riga con le regole e le leggi della società, venissero caricati su una carcassa di nave senza guida ne timone e lasciata andare alla deriva tra le correnti o a infrangersi al primo scoglio. Abbiamo deciso di fare iniziare la nostra storia dal ponte della “Nave dei folli” …dunque un viaggio tutto da inventare da lì in avanti. Tutti concordi fin dall’inizio nel deciderne un finale lieto e non come da previsione drammatico. Quali incontri? Quali ostacoli? Sono venute fuori le sirene, le tempeste così come la festa dopo aver insieme sconfitto i pirati. Alcune di queste scene, poi le siamo andati a girare in un vero e proprio teatro e sono state montate all’interno del docu-film come epilogo conclusivo del nostro percorso.

(Visione alcune scene)

Mi sorprende sempre piacevolmente vedere che quando si è disposti all’incontro, a superare i nostri limiti e quelli degli altri, avvengono viaggi straordinari.

Spettacolo metafora di un modo di intendere la disabilità o la marginalità. Persone che costringono a non far finta di non vedere, ad inventare nuovi copioni, nuove possibili soluzioni, dove senza dubbio l’elemento dell’INSIEME diventa forza e non limite.

Frase finale del docu-film che voglio lasciare anche a voi

INCONTRARSI E’ UN VIAGGIO PIENO DI IMPREVISTI E SORPRESE. SIAMO FELICI NEL NOSTRO PICCOLO DI AVER LASCIATO A TERRA LE ZAVORRE DEL PREGIUDIZIO, E, PER QUANTO UN PO’ ROTTE, DI AVER SPIEGATO LE NOSTRE VELE


A seguito di un laboratorio condotto da Emanuela Frisoni e Giulia Innocenti Malini, le relatrici forniscono una restituzione su quanto accaduto (in costruzione)